Correva l’anno 2003 quando, in una cena a ristorante interamente riservato per il solo nostro tavolo da dodici e chiuso al resto del pubblico, il grande Alberto Zafrani organizzò una cena indimenticabile nel suo ultimo covo di Fiumicino, “il rifugio”. Inutile stare qui a raccontare chi era Alberto, servirebbe un libro per descrivere il suo essere tutto genio e sregolatezza, i mille aneddoti ed insegnamenti lasciati sia come uomo che come chef.
L’occasione era la consacrazione di una cassa (12 bottiglie) di vini della Romanée Conti, riconosciuto come il miglior Pinot Nero (o meglio: è il Pinot Nero), certamente il vino più esclusivo, unico e costoso al mondo. E il Pinot Nero è noto per essere il vitigno più difficile e scostante in assoluto da coltivare e vinificare, molto attaccato a determinati tipi di clima e di terreno perché minime variazioni possono renderlo ingovernabile, ma che in Borgogna può dare risultati di livello non raggiungibile con altri uvaggi di rosso, tant'è vero che in nessuna parte del mondo si è veramente scommesso sull'impianto di questa uva (in Italia degno di stima c'è solo il Vigna S.Urbano di Hofstätter e il discreto Pinot Nero di Serafini & Vidotto). La potenza, la struttura e l'eleganza dei vini di Borgogna si trovano solamente in quel territorio. Parliamo di un qualcosa quasi mitologico, metà vino, metà leggenda del lusso: la bottiglia di Romanèe Conti non è neppure commercializzata singolarmente dalla casa, che vende il suo fiore all’occhiello solo all’interno di una cassa da 12, abbinata con altri grandi vini di produzione della stessa Domaine come il La Tâche, Richebourg, Romanée Saint-Vivant, l’Echezeaux ed il Grands Echezeaux, - tutti vini di Pinot Nero in purezza, e il Montrachet, il loro unico e grandissimo vino bianco. Le casse venivano inoltre vendute solo a pochi clienti conosciuti ed assemblate in modo discontinuo e segreto, cosicché in una cassa da 12 era sempre presente una bottiglia di Romanèe Conti ma ci si poteva ritrovare uno o due La Tàche, forse un Montrachet al posto di un Echezaux e così via. Oggi si riesce a trovare anche delle bottiglie vendute singolarmente, come la mia, credo perché alcuni distributori acquistano le casse e poi le dividono e rivendono a prezzi stratosferici, ma fino a due/tre anni fa assolutamente no, per bere una Romanèe Conti dovevi metter mano sulla cassa da 12!
Dopo averne per anni sentito parlare come un qualcosa di irraggiungibile, ed aver maturato quel tanto di qualità edonistiche necessarie (capacità nella degustazione e nel portafogli) da rendercelo, invece, irresistibilmente possibile, ci sentivamo pronti a questa sfida: acquistare una cassa di Romanèe Conti tramite Alberto ed il suo incredibile giro di amicizie -l’ho visto al Castello della Sala ricevere gli omaggi di Renzo Cotarella (enologo di Antinori e creatore del Cervaro), parlare a braccetto nelle cucine dell’Hilton di Roma con il Barone de la Doucette (il più esclusivo produttore di Sauvignon in Francia) e scambiarsi visite di cortesia con Rèmi Krug (che dire...monsieur champagne!)- per poi farci preparare dal nostro istrionico chef-maestro di vita la degna cena di contorno per poter subito immolare nel miglior modo queste straordinarie bottiglie. Detto, fatto! alla nostra iniziativa si unì qualche amico di Alberto, e il suo volersi sempre divertire facendo il suo lavoro fece il resto, il 18 dicembre 2003 per me, Piergiacomo, Celestino, Benny, Luca e pochi altri...
Dodici commensali per dodici bottiglie.
Maneggiare oggi questo straordinario monumento fa tornare indietro nel tempo i pochi fortunati di noi che erano seduti a quel tavolo, ravviva i ricordi, riaccende l’entusiasmo di allora, genera emozioni su cose e persone che non ci sono più, ma che resteranno eternamente in noi...
Il menù scritto a mano sulla carta-pane, la brochure di accompagno sui vini della Borgogna, l’articolo sul Messaggero il giorno successivo ed il portachiavi fatto con uno dei tappi per ciascuno di noi, sono tutti ricordi che parlano da soli. Il foie gras con burro nero, il filetto alla Rossini, il maialino da latte ripieno, l’uovo imperiale al tartufo bianco, un susseguirsi di piatti fantastici e bottiglie indescrivibili, che si abbinavano e rincorrevano con equilibrio maestrale, per avvicinarsi al finale (la bottiglia di Romanèe Conti, aperta in bella mostra di sé ed in pacata attesa nella sala interna del ristorante, per poter essere degustata a parte), mentre tutti ci chiedevamo tra noi cosa cavolo si fosse mai inventato il maestro con questo “sorbetto di Krug”... ed il grande Alberto ci presentò semplicemente dodici bicchieri di champagne Krug freddissimo!! Geniale, perfetto...
Si possono ancora una volta dire solo due parole: GRAZIE ALBERTO!
